Genitore

Nostro figlio rovinato da una diagnosi tardiva

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Una diagnosi può cambiare tutto. Può spedire su strade che fino a quel momento non ci si sognava neanche di percorrere. Può rendere la vita un cammino a ostacoli. Soprattutto se quella diagnosi è arrivata in ritardo. E non ha consentito di capire al momento giusto cosa stava succedendo.
A testimoniare le difficoltà di una famiglia in un caso sottovalutato di dislessia, sono due genitori, Patrizio e Mara. La dislessia è un disturbo dell’apprendimento, che emerge da bambini e rende difficile imparare a leggere, scrivere, fare i calcoli. Per anni è stato ignorato, come spiegato poche settimane fa da una famiglia di Forte, che ha raccontato al Tirreno il proprio calvario a scuola con gli insegnanti che fingevano di non capire. Per Patrizio e Mara il calvario è passato velocemente dalla scuola alla vita. Perché i dottori non si sono accorti subito del problema di loro figlio. E ne hanno cambiato per sempre l’esistenza.
Ora questa coppia vuole lanciare un segnale, perché «è importante - dice Mara - fare diagnosi precoci di dislessia. Per evitare che i bambini si credano “scemi”, come mi ha detto in seguito mio figlio».
«Non potevano dirmelo subito?». «Nostro figlio, oggi maggiorenne, è stato riconosciuto affetto da Dsa (disturbo specifico di apprendimento) quando aveva 10 anni - raccontano Patrizio e Mara - La sua situazione era ed è grave tutt’ora. Lui non è affetto solo da severa dislessia e discalculia, ma anche da disgrafia e disortografia, e come se non bastasse da un disturbo dell’attenzione e iperattività. Ha passato gli anni della scuola elementare da incubo. La diagnosi è giunta alla fine della quinta, perché siamo andati a Bologna nel centro delle disabilità linguistiche e cognitive dell’età evolutiva, allora diretto dal professor Giacomo Stella. Mentre per quanto riguarda l’iperattività siamo andati a Calambrone al centro Stella Maris».
Come mai a Bologna? Perché allora all’Asl 12 Versilia non c’era chi fosse in grado di verificare la presenza del disturbo. «Nostro figlio era in carico all’Asl 12 da quando aveva 5 anni - dice Mara - prima con la psicomotricista, poi con la psicologa ed infine con il neuropsichiatra che lo aveva visitato. Noi genitori non ci spiegavamo tutte queste difficoltà, sembrava un bambino intelligente. Io, insegnante, mi ero documentata e i dubbi iniziali erano diventate certezze. Ma chi deve fare la diagnosi? Non certo un genitore che si è formato da solo. Nessuno si era accorto della gravità della situazione». E così il ragazzo ha saputo qual era il suo limite a 10 anni passati. E a papà e mamma ha rivolto una frase dura come il marmo: «Ma non potevano dirmelo subito?». Sentiva di aver perso almeno due anni di riabilitazione. E di comprensione di chi gli stava attorno.
Non deve ricapitare ad altri. Ora il ragazzo ha 21 anni e diversi problemi di comportamento. «Sta rendendo la sua e nostra vita sempre più difficile - concludono i suoi genitori - E’ vero quanto si dice su certi insegnanti, ma non dimentichiamo che per evitare situazioni come la nostra serve una seria e precoce diagnosi. Il nostro è un appello e un desiderio: vogliamo che non ricapiti più quanto accaduto a noi».